Negli ultimi dieci anni, siamo stati abituati in maniera apparentemente rapida e basso costo di impegno cognitivo personale ad una serie di innovazioni tecnologiche importantissime e dal carattere fortemente innovativo e trasformativo. I nuovi strumenti a nostra disposizione hanno cambiato il nostro modo di porci gli uni con gli altri, hanno creato aspettative di cambiamento e realizzazione in ogni campo: produttivo, relazionale, amicale, perfino gli hobby risultano più facili da apprendere da concretizzare e condividere. Le operazioni quotidiane richiedono meno tempo per essere svolte e spesso senza bisogno di fare alcun sforzo fisico o senza bisogno di ricavare del tempo extra da dedicarle.

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Solo buoni sviluppi dunque? Dipende da come guardiamo e da quanto di dedichiamo agli oggetti fisici che hanno reso questa rete virtuale così accessibile e vera nelle nostre giornate. Se li usiamo per avvicinarci a persone significative lontane, se accorciamo tempi e sforzi della gestione quotidiana di casa e commissioni per poi dedicarci agli affetti e alla famiglia. Se ci rendono più informati attraverso una ricerca critica di opinioni sfaccettate, se ci permettono di scoprire sempre di più attraverso corsi on line professionalizzanti sì certo. La tecnologia ci può rendere più liberi, acculturati e attenti in ogni nostro ruolo.

C’è però chi (e sono sempre di più), pare essere stato “catturato e maltrattato” dalla rete. Ragazzi e adulti che presentano i segni di una dipendenza comportamentale legata all’uso di pc, smartphone e tablet; sensazioni di ansia e depressione che crescono di intensità e frequenza nella popolazione e sono legati ai modi e tempi di utilizzo; truffe sentimentali o economiche che si attivano, proseguono e si chiudono on line; la comparsa di schemi relazionali disturbati come nel caso del cyberbullismo; reati di adescamento e violenza di genere che avvengono nei gruppi e app dedicati ma anche nei social più comuni; senza parlare poi degli effetti di disinformazione e di manipolazione che hanno le fake news.

Sono esempi di rischi e pericoli che riguardano solo una fetta particolare di popolazione? Sono tutte menzogne che qualcuno diffonde per provocare inutile paura o per diventare popolare?

Per comprendere realmente la portata e la pericolosità delle nuove tecnologie possiamo adottare diverse visioni.

La prima è guardare ai singoli casi:

il ragazzo che tenta il suicidio per aver perso l’uso del pc, la famiglia che non esce di casa per giocare on line, l’anziana caduta in depressione perché si trova spiazzata dall’avvento della tecnologia che le rende improvvisamente difficile fare operazioni che svolgeva nel mondo fisico in autonomia e che ora prevedono unicamente l’utilizzo di una connessione come effettuare i pagamenti, la spesa, disdire il contratto telefonico. Ma anche la vittima di revenge porn che si isola e cambia città per curare una depressione e provare a “scomparire” dai motori di ricerca; o parimenti dall’altro lato del web, il bullo che non riesce a trovare lavoro perché da una rapida ricerca on line effettuata sui suoi social risulta sempre come una persona violenta, pericolosa e inaffidabile.

In questo modo otteniamo una crescita dell’ansia per una percezione di come effettivamente il virtuale può diventare molto reale e doloroso per le singole persone, facendo virare la propria vita intera in una direzione specifica sulla base di contenuti on line.

Un’altra strada invece è quella di considerare i dati statistici:

la sola frequenza di controllo del telefono svolto in maniera quotidiana presenta dei numeri in grado di stupirci: Il Common Sense Media, ha pubblicato uno studio condotto tra 620 giovani e rispettivi genitori e ha stimato che il 50% dei ragazzi sente di dipendere dal proprio cellulare e che il 59% dei genitori ritiene dipendenti i propri figli. Questa impressione è sostenuta dal comportamento di risposta alle notifiche: il 72% dei ragazzi sente di dover rispondere immediatamente a sms, messaggi ricevuti sui social network ed altre notifiche e il 78% controlla il telefono almeno una vola al giorno (fonte: https://www.istitutomiller.it/approfondimenti/dipendenze-comportamentali-giovani-e-smartphone). Per quanto riguarda i dati Italiani, il testo di Giusepe Lavenia “Le dipendenze tecnologiche” indica un 43,2%di uomini italiani giornalmente connessi e un 44,5% delle donne. Il tempo di connessione va dalle 2 ore e un quarto alle quasi 3 ore giornaliere diurne e il 70,4% di questi è adolescente o giovane adulto (18-24 anni).

In aggiunta uno studio del 2012 di origine statunitense (Lookout) sempre risportato da Lavenia ci dà la dimensione emotiva ed affettiva legata all’uso dello smartphone: il 30% delle persone lo controlla anche a tavola, 24% durante la guida e il 9% durante i riti religiosi. Questo vuol dire che lo smartphone acquisisce importanza maggiore delle buone maniere, della legge e delle proprie credenze; in poche parole, diamo più importanza affettiva in questi momenti all’oggetto smartphone che alle persone con cui interagiamo o all’atto che stiamo compiendo.

Questi dati possono far pensare ad una serie di abitudini che ci mettono tutti a rischio di dipendenza e di esclusione sociale, soprattutto per la fascia adolescenziale.

Un’ultima via che conduce ad una coscienza maggiore sugli effetti giornalieri è di facile osservazione per ognuno: alcuni fenomeni di dispercezione possono essere piuttosto comuni ma indicano uno stato di allerta della nostra mente attivato dal cellulare.

Ad esempio, la vibrazione fantasma: un attrito con i vestiti, un contatto con la sedia, possono darci la sensazione errata di avere il cellulare in tasca o nella borsa che vibra. Questo fatto apparentemente insignificante può farci però capire come sia facile per la nostra mente pensare e dare attenzione per prima cosa al nostro dispositivo portatile e contemporaneamente può farci riflettere su quanto riteniamo importante rispondere prontamente alle notifiche.

Perché è importante riconoscerlo? Perché è facile che pensare a questi comportamenti in termini ansiolitici: il dover essere sempre pronti e attenti ci porta ad una attivazione di ansia più alta del normale anche se relativamente sopportabile e poco infastidente. Sopportare giornalmente una quota di ansia costante è di per sé un fattore stressante e predisponente in caso di stimolo ad una risposta ansiosa vera e propria con nervosismo, preoccupazione, incapacità di godere di momenti di pausa e si condivisione affettiva nel mondo fisico.

Un altro aspetto simile è la tendenza a dormire con tablet o smartphone vicini e addormentarsi leggendo o ascoltando musica e visualizzando video: è un comportamento comune e scarsamente giudicato errato perché viene assimilato al guardare lo schermo della tv; un atto non educativamente ineccepibile ma talmente diffuso da apparire perdonabile. Gli effetti di questo comportamento sono però scritti nella nostra storia filogenetica: la luce che viene proiettata dagli schermi del tablet e dello smartphone è quella denominata luce blu ed è la stessa che i nostri antenati recepivano come messaggio per svegliarsi ed andare a cacciare perché tipica dell’alba. Abbiamo dunque la capacità di riconoscere questa intensità luminosa come segnale di attività, di predisposizione all’azione, alla fatica fisica e allo sforzo mentale ed organizzativo più importante per la sopravvivenza. Piegare la nostra istintività come esseri umani rendendo il segnale così diverso nella forma, nel contenuto, nelle conseguenze ha un costo: il cattivo riposo. Ma anche in questo caso, l’osservazione diretta può farci vedere e comprendere in maniera più rapida ed efficace se questo può essere un aspetto che ci riguarda: come dormiamo se allontaniamo lo smartphone dalla stanza? Come se lo teniamo acceso e vicino? Se per gli adulti può risultare più semplice, per gli adolescenti è difficile fare questo esperimento perché si stima che anche durante la notte chattino tra loro in maniera piuttosto assidua (il 45% secondo uno studio di Lazzari del 2016) rovinando di fatto la capacità di riposare e perdendo l’abitudine fisica al rilassamento. Anche questo comportamento può essere un facilitatore dell’ansia.

Conoscenza e osservazione libera da pregiudizi sono allora la chiave in questo momento storico per valutare quanto noi e la nostra famiglia siamo fruitori soddisfatti o intrappolati dai meccanismi della rete virtuali ma molto influenti nella vita fisica. Il rischio maggiore è quello di dipendenza, è una dipendenza comportamentale, ovvero in cui i sintomi sono dovuti all’abitudine sviluppata dall’utilizzo e non direttamente da sostanze esterne. Ha però le caratteristiche di craving, astinenza e tolleranza tipiche anche delle dipendenze da sostanze: tempo e intensità di connessione sempre più elevato, sofferenze e intolleranza manifestate al momento di non connessione e necessità di trascorrere più tempo on line per ricavarne sensazioni positive. Il fatto che derivi dal comportamento è una buona notizia perché possiamo esserne consapevoli con una buona osservazione personale, ma è anche una cattiva notizia, perché ci rende più scettici nel definire i nostri atti come pericolosi e fuorvianti. Siamo cioè meno disposti a problematizzare la nostra condotta perché apparentemente “non pericolosa né strana”.