In questa epoca che va molto di corsa, il soffermarsi sui propri ed altrui sentimenti è un evento raro. Una o due volte al giorno, paiono fin troppi come momenti di introspezione o di condivisione emotiva vera e percepita. Questo sentire che sempre più frequentemente emerge all’interno degli incontri psicologici è causa di fatica, non voglia, quasi paura di concentrarsi sugli aspetti emotivi dati dagli eventi ma ancora di più su quelli emergenti dalle relazioni. Nella migliore delle ipotesi sembra una cosa noiosa ed inutile, in quella peggiore invece, ci si sente non più capaci di farlo.

Molte delle nostre attività quotidiane oggi hanno la caratteristica di ricercare una rapidità di esecuzione ed una altrettanto veloce e meno impegnativa risoluzione emotiva. Anche e soprattutto in campo relazionale: mandare messaggi è meno coinvolgente del fare una telefonata e sebbene sia una comunicazione differita, quindi apparentemente rallentata nello scambio di informazioni, è meno impegnativa nella fase sia di emissione che di ricezione delle informazioni. Può essere scelto il momento in cui si scrive o si risponde, questo rende meno stressante essere in comunicazione perché non prevede lo sforzo di prestare attenzione in maniera continuativa e rispettosa dei tempi dell’interlocutore e permette di dedicarsi contemporaneamente a più attività ritenute ugualmente importanti.

Ma anche se pensiamo ad attività individuali, possiamo notare una tendenza generale nella scelta di evitare emozioni di lunga durata e intensità: la visione di un film ad esempio. A differenza degli episodi di una serie, richiede più attenzione, coinvolgimento, tempo, criticità e spirito di osservazione. Da qualche tempo e sempre più frequentemente è comune ritrovarsi a pensare di non poter permettersi tale tempo e dispiego di energia. Viene detto che non è più di moda farlo e che anche i ragazzi preferiscono condividere in maniera appassionata la visione di serie tv. Tale comportamento viene anche giustificato pienamente dai costi ridotti che derivano dalla scelta di vederle in streaming, attraverso portali o abbonamenti mensili. Tuttavia è un dato di fatto che un’attenzione sostenuta e un lasciarsi trasportare dalle emozioni di una storia per due ore e mezza intense ormai è ritenuta insostenibile.

Ma nelle serie si perde il senso del tempo e della realtà, non è forse questo il maggior coinvolgimento? Dipende da come la si interpreta: Nelle cosiddette fasi di binge watching in cui vediamo tutta una serie televisiva in una giornata, l’attenzione mentale ed il coinvolgimento psicofisico globale, non sono paragonabili a quelli ottenuti dalla visione completamente dedicata di una storia che nel suo inizio, proseguimento e fine è in grado di darci un senso e una sollecitazione emotiva di una certa intensità. Queste sensazioni, che nelle serie vengono diluite lungo tutto l’arco di 24 episodi brevi, hanno un impatto maggiore dunque nei film o nelle letture.

Non a caso siamo più titubanti nello scegliere di vedere un film horror, ma decidiamo più tranquillamente di vedere un primo episodio di una serie horror nella convinzione di poter controllare le sensazioni e interrompere eventualmente più facilmente la visione.

In altre parole, non stiamo concedendo a noi stessi e agli altri il tempo e l’attenzione necessaria a sentire, elaborare ed agire coerentemente un’azione.

La scelta di dedicarsi completamente alle relazioni è così sempre più difficile e il valore dell’empatia nel comprendere se stessi e gli altri sta venendo accantonato in virtù di una modalità di rapporto efficiente e produttiva, apparentemente più semplice ma meno informativa, coinvolgente, in grado di creare cioè una connessione secondo i ritmi umani e non secondo i ritmi della tecnologia.

I rischi di agire questi comportamenti riguardano un condizionamento progressivo in cui  diventiamo meno esperti di emozioni, meno a nostro agio nel viverle, meno in grado di utilizzarle a nostro e altrui vantaggio. Per questo, nel tentativo di stabilire più contatti e scambiare più informazioni, la sensazione che invece potremo sperimentare sarà solo l’incapacità relazionale nel gestire la nostra e altrui affettività.

Per questo, il lavoro terapeutico che ci costringe e contemporaneamente allena a sentire, riconoscere, regolare gli stati emotivi ci aiuta anche a diventare più competenti e consapevoli del valore e della gestione delle nostre relazioni.