Il tabù familiare

Se lo stigma sociale crea il contesto, è spesso all’interno della famiglia che il tabù prende forma concreta. In Italia, più che in altri paesi occidentali, la famiglia rappresenta il primo luogo di contenimento della sofferenza, il principale spazio di cura, ma anche il filtro attraverso cui il disagio viene interpretato, ridimensionato o normalizzato.

Molte persone arrivano in terapia tardi, non perché non abbiano sofferto prima, ma perché per anni quel disagio è stato letto come parte della vita, come qualcosa da reggere, da attraversare, da non nominare troppo.

La famiglia come risorsa primaria

La letteratura sociologica e psicologica concorda su un punto: il forte legame familiare tipico del contesto italiano è un fattore protettivo importante. La famiglia offre supporto emotivo, pratico ed economico, soprattutto nei momenti di crisi. Questo spiega anche perché, rispetto ad altri paesi europei, l’accesso ai servizi di salute mentale avvenga spesso in una fase più avanzata del disagio.

In molte famiglie, la sofferenza psicologica viene gestita “in casa”. Si parla, si consola, si consiglia, si resiste insieme. Finché funziona, questo sistema è una risorsa potente. Il problema nasce quando la protezione diventa sostituzione della cura. Quando il buon contenimento diventa silenzio.

Studi europei sulle relazioni familiari mostrano come, nei contesti culturalmente più familistici, il disagio mentale tenda a essere normalizzato o minimizzato. Frasi come “è solo un periodo”, “non pensarci”, “devi essere forte” non nascono da cattiveria, ma da un modello culturale che associa la richiesta di aiuto esterno a una rottura dell’equilibrio familiare. Questo anche per la paura che la sofferenza di uno riveli una colpa familiare più ampia o un’inadeguatezza di ruolo genitoriale, di coppia o come figli. Ovviamente ciò non è vero, la crisi individuale è di fatto un processo di evoluzione, cambiamento e cura nella crescita personale, ma può venire interpretato ancora oggi come segnale di errore, fallimento e mancanza. Questo rappresenta un grande paradosso e fonte di molte rotture relazionali familiari evitabili accettando i cambiamenti e le riflessioni e le crisi che il crescere comporta.

Secondo gli studi, lo stigma non è solo un’etichetta sociale, ma un processo relazionale. La famiglia, in questo senso, diventa uno spazio in cui lo stigma può essere involontariamente trasmesso, non attraverso il rifiuto, ma attraverso la negazione del bisogno di aiuto professionale. Si parla di stigma di associazione o di cortesia ad indicare un’indiretta e implicita influenza reciproca involontaria ma negativa.

Nel Nord Europa e negli Stati Uniti, l’accesso alla psicoterapia è spesso meno mediato dalla famiglia. La richiesta di aiuto è più individualizzata e più facilmente interpretata come una scelta di prevenzione o di crescita personale. Nei paesi dell’Europa meridionale, e in particolare in Italia, il passaggio dal sostegno familiare alla cura professionale è più complesso e carico di significati.

Le ricerche comparative indicano che nei contesti in cui la famiglia ha un ruolo centrale, l’accesso alla terapia è più tardivo, ma non necessariamente meno efficace. Ciò che cambia è il momento in cui si chiede aiuto: spesso quando le risorse familiari sono già esaurite.

Un altro elemento chiave riguarda le aspettative implicite. In molte famiglie italiane, soprattutto nelle generazioni precedenti, la sofferenza psichica non aveva uno spazio di riconoscimento. Questo produce un messaggio silenzioso ma potente: se stai male, devi farcela da solo o con l’aiuto dei tuoi.

Questo non significa che la famiglia sia la causa del disagio, ma che può diventare un fattore che ritarda l’accesso alla cura. Il tabù familiare non è un divieto esplicito, ma una difficoltà a riconoscere quando il sostegno affettivo non basta più.

Parlare di tabù familiare non significa accusare le famiglie, ma riconoscere il loro ruolo reale. La sfida culturale è aiutare le famiglie a restare una risorsa, senza diventare l’unico luogo possibile di gestione della sofferenza.

Andare in terapia non è un tradimento del legame familiare, ma può diventare un modo per proteggerlo. Dare un nome al disagio e affidarlo anche a uno spazio professionale permette spesso alle relazioni familiari di respirare, invece che reggere tutto da sole.

Nella terza parte della trilogia entreremo nel territorio più intimo: l’auto‑stigma, ovvero quando il tabù non è più fuori, ma dentro.

 

 

Citazione:

Schomerus G, Matschinger H, Angermeyer MC. The stigma of psychiatric treatment and help-seeking intentions for depression. Eur Arch Psychiatry Clin Neurosci. 2009 Aug;259(5):298-306. doi: 10.1007/s00406-009-0870-y. Epub 2009 Feb 17. PMID: 19224105.

Dobener Lisa-Marie , Fahrer Julia , Purtscheller Daniel , Bauer Annette , Paul Jean Lillian , Christiansen Hanna. How Do Children of Parents With Mental Illness Experience Stigma? A Systematic Mixed Studies Review. Frontiers in Psychiatry, Volume 13 – 2022

 

 

DOLCE ROSSELLA
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