Quando la sofferenza è accettata solo se resta invisibile
In Italia si parla sempre di più di salute mentale. Se ne parla nei media, nei social, nelle campagne di sensibilizzazione. Eppure, quando si tratta di andare davvero in terapia, molte persone esitano, rimandano, rinunciano. Non perché il disagio non sia presente, ma perché il contesto sociale in cui quel disagio prende forma continua a esercitare un peso silenzioso. Si parla di accesso tardivo indicando il fatto che si attendono fino a 2-4 o 5 anni prima di accedere ad un consulto psicologico a partire dal momento in cui iniziano a manifestarsi segni di sofferenza psicologica.
Questo è dovuto certo a più fattori tra cui quelli economici e sociali sono strutturali e non riguardano il focus di questa trilogia di articoli. Sono fondamentali certo ma esulano dalle mie competenze professionali. Vorrei invece proporre una riflessione su altri aspetti più psicologici, relazionali e cognitivi. perfino intimi. Riguardano i blocchi all’accesso in terapia dovuti allo stigma: sociale, familiare e personale. Delle trappole spesso inconsapevoli e involontarie che abbiamo interiorizzato e non ci lasciano liberi di pensarci nell’atto di prenderci cura di noi stessi anche dal punto di vista del benessere psicologico.
In questa prima sezione ci occupiamo dello stigma sociale:
Non è fatto solo di giudizi espliciti. È un insieme di significati condivisi che definiscono cosa è normale, cosa è accettabile e cosa, invece, è meglio tenere nascosto. In questo senso, la psicoterapia continua a occupare una posizione ambigua: formalmente legittimata, culturalmente ancora sospetta.
La letteratura scientifica mostra come lo stigma legato alla salute mentale non riguardi soltanto la diagnosi, ma anche l’atto stesso di chiedere aiuto. Rivolgersi a uno psicologo o a uno psichiatra può essere vissuto come una dichiarazione di fragilità, di incapacità a farcela da soli, di deviazione rispetto a un ideale di autonomia e controllo emotivo.
Una review fondamentale di Schomerus e Angermeyer ha analizzato decenni di studi sul rapporto tra stigma e richiesta di aiuto. Il dato centrale che emerge è controintuitivo: non è tanto la paura della discriminazione da parte degli altri a frenare l’accesso alla terapia, quanto gli atteggiamenti stigmatizzanti personali. In altre parole, ciò che pesa maggiormente non è ciò che pensiamo che gli altri farebbero, ma ciò che noi stessi pensiamo della terapia e di chi vi ricorre.
Lo stigma sociale funziona come una norma implicita. Non dice apertamente “non andare in terapia”, ma suggerisce che chi ci va è fragile, incapace di reggere la complessità della vita, o “troppo”. La sofferenza viene tollerata finché resta privata, contenuta, funzionale. Quando chiede spazio, viene rapidamente ricondotta a una responsabilità individuale.
Non si diffonde tanto attraverso immagini estreme di “malattia mentale”, quanto attraverso il timore di perdere valore sociale. Schomerus e colleghi parlano di “punti ciechi” della ricerca sullo stigma: ciò che le persone temono davvero non è l’etichetta clinica, ma l’idea di non essere più all’altezza delle aspettative di autonomia, competenza, affidabilità.
In questo senso, la terapia viene culturalmente posizionata come ultima risorsa. Qualcosa a cui si ricorre solo quando tutto il resto ha fallito. Questo contribuisce a un accesso tardivo, orientato alla crisi, a risolvere il sintomo grave e rende più difficile pensare alla psicoterapia come strumento di prevenzione o crescita.
Normalizzare la cura psicologica significa allora interrogare il contesto culturale prima ancora del singolo individuo. Non perché le persone siano resistenti al cambiamento, ma perché crescono dentro sistemi di significato che rendono quel cambiamento emotivamente costoso.
La review evidenzia infatti che la discriminazione anticipata da parte degli altri non è sempre associata a una minore intenzione di chiedere aiuto. Al contrario, sono gli atteggiamenti discriminatori personali, cioè l’auto-stigmatizzazione, a ridurre in modo significativo la disponibilità a rivolgersi a un professionista della salute mentale. Questo passaggio è cruciale: il problema non è solo sociale, ma psicologico e culturale insieme. Attraverso i rapporti personali anche familiari e i valori trasmessi attraverso i media facciamo nostri questi pregiudizi e li applichiamo senza troppa consapevolezza.
Nel contesto italiano, questi meccanismi sono amplificati da una cultura che valorizza la tenuta emotiva, la sopportazione e la gestione privata della sofferenza. A differenza di alcuni paesi del Nord Europa e degli Stati Uniti, dove la psicoterapia è più normalizzata come strumento di crescita o prevenzione, in Italia l’accesso è spesso tardivo e legato a momenti di crisi acuta.
Le ricerche mostrano che, anche quando le persone riconoscono l’utilità della terapia, permane una distanza tra l’intenzione e il comportamento reale. Sapere che esistono cure efficaci non basta se l’immaginario collettivo continua a presentare la richiesta di aiuto come una sconfitta personale.
Affrontare lo stigma sociale non significa solo correggere informazioni errate, ma mettere in discussione modelli culturali profondi: l’idea che il valore personale coincida con l’autosufficienza emotiva, che il disagio debba essere silenzioso, che chiedere aiuto sia un’eccezione e non una possibilità.
Andare in terapia è rivoluzionario perchè è un gesto che si colloca dentro una cultura. E finché quella cultura continuerà a stigmatizzare, anche in modo sottile, la sofferenza psichica, molte persone continueranno a rimandare un aiuto che potrebbe arrivare al momento giusto, e fare meglio e fare prima, con meno carico di investimento di tempo, soldi sofferenza.
Nella prossima parte della trilogia esploreremo il ruolo della famiglia: luogo di cura fondamentale, ma anche possibile spazio di silenzi e resistenze.
Citazione:
Schomerus, G., & Angermeyer, M. C. (2008). Stigma and its impact on help-seeking for mental disorders: what do we know? Epidemiology and Psychiatric Sciences, 17(1), 31–37. DOI: 10.1017/S1121189X00002669. PubMed
