Quando il tabù diventa interno

Se lo stigma sociale definisce il contesto e quello familiare media le possibilità, l’auto‑stigma rappresenta il livello più profondo del tabù. È il momento in cui il giudizio non viene più dall’esterno, ma nasce dentro.

L’auto‑stigma si costruisce quando una persona assorbe, spesso in modo inconsapevole, le idee culturali sulla salute mentale: che chi va in terapia è debole, che non ce la fa da solo, che ha qualcosa che non va. Queste credenze, una volta interiorizzate, diventano criteri con cui la persona valuta il proprio valore e la legittimità del proprio dolore.

Corrigan e Watson descrivono l’auto‑stigma come un paradosso: le stesse persone che riconoscono l’esistenza dei disturbi mentali e la necessità delle cure, faticano ad applicare questo sapere a sé stesse. È più facile concedere comprensione agli altri che a sé. il famoso detto per cui il medico che è il peggior paziente confermato dalla scienza.

In questo processo, il disagio viene continuamente confrontato con una soglia implicita: si può ad esempio ritrovarsi a pensare “non sto abbastanza male”, “altri hanno problemi più seri”, “finché lavoro e vado avanti, non ho diritto a chiedere aiuto”. L’auto‑stigma non nega il dolore, ma ne mette in discussione la legittimità, il diritto di ascoltarlo, mostrarlo e agire in funzione anche di esso.

La letteratura mostra che l’auto‑stigmatizzazione è uno dei fattori più fortemente associati alla riduzione della disponibilità a cercare aiuto professionale. In modo controintuitivo, la paura del giudizio altrui pesa meno del giudizio che la persona rivolge a sé stessa. Questo spiega perché molte persone arrivano in terapia solo quando le risorse interne ed esterne sono ormai esaurite. Quando l’energia personale mentale fisica ed emotiva è prosciugata e gli unici a parlare in prima battuta sono i sintomi.

L’auto‑stigma si manifesta spesso sotto forma di dialogo interno severo: una voce che minimizza, razionalizza, rimanda. Non è una voce patologica, ma una voce culturalmente appresa. Da cui è difiicile staccarsi perchè ci rende anche forti e in parte fa compagnia.

In contesti come quello italiano, dove autonomia emotiva e resistenza sono valori fortemente interiorizzati, questo dialogo interno può diventare particolarmente rigido, con poche possibilità di essere messo in discussione. quasi come se ci fosse una mancanza di rispetto verso valori condivisi nel non mostrare la capacità di interfacciarsi con il dolore senza negarlo.  Chiedere aiuto viene vissuto come una sconfitta personale più che come una scelta di cura.

Affrontare l’auto‑stigma non significa convincersi che “va bene anche chiedere aiuto”, come se fosse una concessione di una difficoltà, ma riconoscere quanto profondamente certe idee abbiano modellato il modo in cui una persona tratta sé stessa nel momento della difficoltà. Riconoscere quanto siamo intransigenti e pretenziosi con noi stessi. Quanto la nostra concezione di identità sia legata a quella di immagine socialmente accettata, senza macchie paure, dubbi, fragilità, sconforti.

La terapia, spesso, non inizia con la cura dei sintomi, ma con la possibilità di sospendere il giudizio interno. Gli sfoghi ad inizio terapia sono spesso simili a questo “ma ti pare che io stia così” “ma ha ragione a non volere uno come me, mi lamento sempre” “ma cos’ho di sbagliato che non mi tiro su”, “hanno ragione ma io non ce la faccio, sono un fallimento”. Solo quando queste frasi vengono ascoltate, si può capire che proprio la sofferenza con cui vengono pronunciate è la parte di noi che ci tiene, che ci vuole bene e che ci aiuterà a stare meglio…. e da qui, inizia davvero la psicoterapia. Con più gentilezza verso di sè.

 

Con questo terzo capitolo si chiude Andare in terapia. La trilogia del tabù: un percorso che mostra come la difficoltà ad accedere alla cura non sia un limite individuale, ma il risultato di una cultura, di relazioni e di significati interiorizzati.

Ma ora…..

 possiamo dimenticare tutto quanto detto finora, come si fa in terapia : questa è la motivazione blocco alla cura e alla evoluzione personale, quindi prendiamo tutto il tempo personale che resta per concentrarci su qualcosa di più costruttivo

che può motivarci maggiormente all’azione: c’è un’amia letteratura italiana in cui spiccano gli studi di Altamura e Ghio sulla tempestività della terapia, cioè sul trattamento giusto offerto al momento giusto.

Questi lavori sottolineano la tempestività dell’intervento rappresenti un fattore prognostico cruciale. in particolare una lunga durata della malattia non trattata è associata a maggiore gravità clinica, decorso più cronico e minore risposta alle cure, evidenziando come l’accesso tardivo non sia un semplice ritardo temporale ma un elemento che modifica la traiettoria del disagio. Un intervento tempestivo al contrario, può evitare la cronicizzazione, la resistenza agli psicofarmaci o al trattamento psicoterapico. Quindi, cosa aspettiamo?

DOLCE ROSSELLA
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